IT’S NOT MY BUSINESS!

It’s not my business” ovvero “Non è un compito mio”. Questo è quanto riassume la difficoltà delle organizzazioni delle aziende in Italia e nel mondo. Sono infinite le aziende che ogni giorno si scontrano con questa situazione dove c’è sempre qualche attività di cui non si sa bene di chi sia responsabilità. Ma attenzione a non utilizzare questa parola perché la frase seguente a quella indicata è “It’s not my responsability” ossia “Non è una mia responsabilità”.

Se ci pensiamo bene, su queste parole si apre un mondo  fatto di stress, di confusione, di litigi e dispetti tra colleghi, di mancate occasioni di business che nessuno mai conoscerà, in una parola di mancata gestione dell’attività. Chi crede che questo sia un fatto acquisito di ogni azienda che deve essere considerato normale nelle organizzazioni purtroppo sta perdendo l’occasione di fare un passo oltre rispetto al passato ed interpretare la realtà di business nella maniera corretta.

Perché al di là di quello che può essere visto esternamente come un fatto privo di effetti importanti, nella realtà si tratta di una piccola dose di “droga” la quale, assunta ogni giorno, provoca quella malattia che moltissimi imprenditori e dipendenti hanno, ma che pochi riconoscono: l’assuefazione all’inefficienza!

Vogliamo degli esempi? Bene, quante aziende o organizzazioni prendono sul serio il fatto che il servizio dato al cliente non è assolutamente considerato al primo posto nella loro scala dei valori? Quanti invece non si accorgono dei costi della mancata soddisfazione al cliente/utente per problemi a volte esclusivamente burocratici o per la totale confusione organizzativa che regna nelle aziende dove non si capisce bene chi fa cosa? Quanti continuano a tollerare bassi rendimenti e produttività inaccettabili da parte dei propri collaboratori senza rivedere tutta l’organizzazione? Quanti continuano ad attribuire a fatti esterni (la famosa crisi economica) tutte le cause dei grossi problemi dell’azienda o dell’ente  dal punto di vista delle proprie performance?

A tutti questi fatti si può facilmente attribuire quel grosso calo di competitività di cui si parla da anni nelle aziende occidentali e a cui non si riesce a dare una risposta univoca, e ciò a valere sia sulle aziende di grandi dimensioni che le PMI. E per gli enti non profit e le strutture pubbliche non si può non considerare il grave ritardo e la bassa efficienza che diventa spesso un grosso vincolo anche per le aziende, oltre che una fonte di problemi per lo stesso cittadino. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: chiusure e fallimenti di aziende che si consideravano storiche, manager che vengono allontanati dalle aziende perché ritenuti responsabili del mancato raggiungimento degli obiettivi aziendali, disoccupazione in aumento, enti pubblici al collasso non più in grado di assicurare i servizi essenziali o con elevati debiti che ne paralizzano l’attività.

Ora, proviamo a pensare di andare da un manager di azienda privata o pubblica (mi capita spesso nella mia attività professionale) e proporgli una ricetta che potrebbe cambiare completamente i risultati dell’azienda privata o dell’ente con l’avvertenza però che essa stravolgerebbe tutta la vecchia concezione (e i vecchi equilibri) dell’azienda. Egli probabilmente non la prenderà in considerazione. Proviamo a fare lo stesso con un qualsiasi impiegato che si lamenta per la ripetitività del suo lavoro, per la mancanza di autonomia e per l’inadeguatezza del suo stipendio. Anche in questo caso non accetterà tale cambiamento in quanto stravolgerebbe le sue abitudini e il suo modo di fare. La cosa non cambierebbe se parlassimo con l’operaio del caso o con qualunque altro collaboratore.

Ciò che è sempre più evidente è come in questa realtà fatta di aziende che sono andate avanti per anni seguendo un vecchio modello organizzativo, tutti hanno in qualche modo raggiunto il loro equilibrio e la loro stabilità, ma se si cercasse di modificarlo essi andrebbero automaticamente in crisi. Per cui è meglio che non si faccia niente e si lascia che lo stillicidio di aziende prosegua.

Quale soluzione? Ebbene, occorre partire da un punto di partenza ben preciso: la vecchia organizzazione per funzioni non si adatta più alla realtà moderna. Al suo posto deve entrare una nuova organizzazione: quella per processi. Oggi non si può più pensare che certe attività non abbiano un responsabile solo perché queste rimangono “borderline” tra due diverse funzioni. Tale situazione non è più giustificata e soprattutto non è più accettata dal cliente o dall’utente. La verità è che il mercato non è più disposto a pagare le nostre inefficienze!

Per cui solo le aziende che sapranno iniziare a percorrere questa nuova concezione di organizzazione saranno in grado domani di reggere il confronto del mercato e di crescere e svilupparsi. Le altre faranno purtroppo la fine di tutte quelle aziende che oggi non sono più nel mercato…

IL LAVORO DIVENTA "MERCE PREZIOSA"....

Riporto l'articolo del mio amico Roberto Gorini che offre veramente tanti spunti di riflessione...

"Negli ultimi anni assistiamo a uno strano fenomeno: chi lavora ha sempre più da fare, ma sempre più persone non fanno nulla perché perdono il lavoro. Ed è necessario lavorare sempre di più per potersi permettere le stesse cose o anche meno. Qual è l’origine di questo strano fenomeno ? Il problema è che i lavoratori sono anche i consumatori e viceversa. Parlare solo di lavoratori come di un insieme a se stante ci porta fuori strada, e tanto meno serve parlare del famigerato Articolo 18. Vediamo perché.

L’Articolo 18 è un simbolo della lotta politica sindacale, riformarlo significa aver perso, mantenerlo invariato significa aver vinto. La qualità della vita dei lavoratori e i dati sulla disoccupazione sembrano paradossalmente meno importanti. L’Articolo 18 è più che altro un simbolo, in realtà è una componente che influenza marginalmente il mondo del lavoro.

L’articolo 18 impone il reintegro di un lavoratore che è stato licenziato senza un valido motivo. Circa cento casi all’anno, nulla. E’ solo un simbolo di lotta politica. Già oggi in caso di crisi aziendale o anche solo per calo di fatturato, è  possibile licenziare. Si chiama licenziamento per “giustificato motivo oggettivo”, scusate il linguaggio burocratico, ma questo è il mondo in cui viviamo.

Da un punto di vista economico, lontano dalle posizioni ideologiche e demagogiche di destra e sinistra, se vogliamo parlare liberamente e onestamente del mondo del lavoro dobbiamo tenere presenti due fattori oggettivi:

1) il costo del lavoro lo pagano i lavoratori stessi nei prezzi d’acquisto dei prodotti
2) nella pratica nessuno può essere obbligato ad assumere nessuno

L’attività sindacale deve preservare il lavoratore da sfruttamenti e discriminazioni, poiché chi cerca lavoro ha solitamente una scelta inferiore rispetto a chi offre lavoro, quindi si trova in una posizione contrattuale più debole. Il sindacato deve vigilare perché il datore di lavoro non approfitti di questa situazione. Ma una cosa che non può fare il sindacato è quella di obbligare chi fa libera impresa ad assumere (o non licenziare) un lavoratore se questo non è necessario alla produzione di un prodotto o un servizio. Non ha senso pagare qualcuno per non far nulla. Anche perché non è l’imprenditore che lo paga, alla fine è il consumatore che lo paga, tramite un rincaro dei prezzi. Quindi è nell’interesse di tutti che i lavoratori siano impiegati in maniera produttiva.

La tesi per cui obbligare a pagare qualcuno che non serve riduce  gli utili ingiustamente alti di chi fa impresa è una ingenuità. Chi fa impresa lo fa solo fino al punto in cui riesce a guadagnare, altrimenti smette, licenzia o chiude, e nessuno lo può obbligare a continuare. Quindi prima o poi i costi di chi è assunto e non produce li paga sempre il consumatore, non il datore di lavoro.

I lavoratori italiani sono tra i più produttivi al mondo, è un merito ma in un certo senso anche un obbligo. Quella della produttività alta è un caratteristica che abbiamo dovuto sviluppare perché in Italia un dipendente che guadagna 1.000€ al mese nette costa 2.500€ circa all’azienda (dipende dal settore, ma si discosta di poco). Per cui un lavoratore in Italia è obbligato a essere molto più produttivo perché costa molto di più.
Ciò che prende lo stato in termini di tasse e contribuzione è troppo, insostenibile e mette in difficoltà chi cerca lavoro, perché è evidente che un dipendente verrà assunto solo se sarà in grado di apportare una produttività pari ad almeno 2.500€ in azienda e non solo di 1.000€. Ecco perché chi lavora ha uno stress alto, e molti altri (troppi) non lavorano. Chi lavora costa molto e deve produrre molto, peccato che la maggior parte del suo costo finisca in tasca allo stato.

Ma c’è di più, purtroppo. Oltre a pagare questo costo del lavoro così alto in termini di prezzi quando andiamo a fare la spesa, dobbiamo anche pagare, con le tasse, chi rimane fuori dall’azienda ed è in cassa integrazione, mobilità o in disoccupazione. Più alziamo il costo del lavoro e più gente verrà tagliata fuori e quindi più gente dovremo pagare con le nostre tasse. Se i lavoratori non sono produttivi paghiamo prezzi dei prodotti troppo alti, e se non lavorano perché costano troppo dobbiamo mantenerli tramite le tasse. E’ un cane che si morde la coda. Non è importante solo far aumentare gli stipendi, ma anche non far aumentare i prezzi e quindi mantenere un potere d’acquisto costante e anzi possibilmente in crescita. Anche se i sindacati riescono (raramente) a far salire gli stipendi, salgono sempre meno delle tasse e dell’inflazione dei prezzi. Ecco perché lo stipendio non basta mai, o non basta più.

Che fare quindi ?

Le proposte che arrivano da alcune parti sul fatto che debba essere lo stato ad assumere  i lavoratori che non vengono impiegati nel settore privato, anche se non servono, sono così prive di fondamento che non meriterebbero neanche una trattazione.  Gli stipendi andrebbero pagati comunque prelevandoli dalle tasse, non sarebbe altro che una “colletta” permanente per chi si è deciso che tra di noi non deve lavorare. E se qualcuno pensa che allo stato basti stampare denaro per produrre ricchezza, beh … si vada a leggere qualche mio vecchio articolo, qui non c’è il tempo di trattare questo argomento. Se fosse così semplice non ci sarebbero mai le rivolte, all’ultimo minuto i potenti governanti stamperebbero un po’ di soldi per rimanere al potere.

Prima di passare alle soluzioni è opportuno sostenere anche che moralmente è giusto che la nostra società aiuti chi si trova in difficoltà, prelevando denaro da chi è più capace a chi è meno capace o da chi è fortunato a chi è più sfortunato. Entro certi limiti. Questa è una mia opinione e non un dato economico oggettivo. Inoltre può essere considerato giusto anche chiedere al datore di lavoro uno sforzo ulteriore, nei confronti del lavoratore, nel momento in cui si trovasse nella condizione di dover licenziare.

Quindi le soluzioni sono  almeno tre:

1) abbassare il costo del lavoro, per aumentare l’occupazione e far diminuire i prezzi dei beni e dei servizi

2) non mantenere a tutti i costi posti di lavoro improduttivi, in quanto prima o poi quei costi li paga sempre il cittadino

3) aiutare  quei lavoratori che si dovessero trovare tra la fine di un lavoro non più produttivo e la ricerca di un nuovo lavoro produttivo

Per il bene di tutti, non c’è alternativa nel ricercare una occupazione fatta di posti produttivi. La vecchia concezione dell’economia punta solo alla piena occupazione anche a costo di “far scavare delle buche a qualcuno e farle ricoprire ad altri”. Una visione limitata ed ingenua che fa però comodo a chi fa politica con demagogia, ma che porta al mantenimento di posti di lavoro inutili che poi qualcuno dovrà pagare. Sempre lui … il cittadino."   Roberto Gorini

IL LAVORO "STABILE"....

Oggi si continua a parlare di lavoro stabile e del diritto presunto a poter avere un lavoro stabile. Questo rappresenta un aspetto sul quale si concentra l’attenzione della stampa e dei giornali. Il concetto di lavoro stabile viene enunciato come un obiettivo per il quale il governo deve attivarsi al fine di garantire un futuro alle nuove generazioni.

Se guardiamo il significato della parola scopriamo che essa significa qualcosa “che permane nel tempo, che non subisce variazioni”. Personalmente ho qualche difficoltà a pensare che in un mondo fatto di continui cambiamenti e di continue innovazioni si possa ancora pensare ad una qualcosa che non subisce variazioni nel tempo. Soprattutto se questo qualcosa è legato ad un servizio che deve rispondere a certe esigenze (quelle degli utenti/clienti) che variano continuamente.

Una frase importante è stata detta: “Il nuovo stenta ad entrare sul palcoscenico in quanto il vecchio non vuole andare via”. Ebbene se ci pensiamo è evidente come non sia più possibile sognare di avere un lavoro tranquillo e rilassante dove alla fine del mese si abbia la sicurezza di avere lo stipendio pagato, visto che oggi niente può essere considerato sicuro, neanche la nazione nel suo complesso. Eppure tanti continuano a sperare che si possa tornare indietro ai vecchi tempi.

Proviamo a ragionare insieme sul perché queste aspettative di lavoro stabile non potranno più essere soddisfatte. Partiamo da un importante aspetto: il mondo non è più lo stesso nel senso che prima la partita la si giocava in sei nazioni: USA, Giappone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna.  Ora non è più così e ora la partita purtroppo iniziano a giocarsela altre nazioni (Cina, India, Brasile, Russia, ecc.) le quali crescono a tassi assolutamente maggiori dei nostri.

Risultato? Se prima avevamo per noi un grande mercato e potevamo fare quello che ci pareva, oggi il mercato se lo stanno  prendendo loro, con le loro produzioni e i loro servizi e con una intraprendenza e determinazione che noi oramai abbiamo perso da tanto tempo, curandoci sugli allori della posizione conquistata a suo tempo. Purtroppo il risultato è che le nostre aziende chiudono perché non più competitive e stanche di essere condannate a subire una burocrazia interna che crea migliaia di regole inutili per giustificare la creazione di enti, organismi e organizzazioni parassitarie.

Le aziende sono l’unica fonte di ricchezza del nostro paese (noi le materie prima non le abbiamo), ma tutti lo dimenticano e si concentrano sullo strenuo tentativo di tutelare specifici diritti senza capire che se la nave affonda si corre il rischio di non poter non solo tutelare quei diritti,  ma neanche quello più importante della sopravvivenza. Per cui tutti pensano a tutelare il diritto al lavoro stabile, ma di fatto il lavoro sta letteralmente scomparendo insieme alle aziende e non ci si concentra sul ripartire dai fondamentali.

Provate a pensare a tutte le proteste inscenate da chi contestava la perdita dei posti di lavoro. Bene, si è gridato e strumentalizzato tanto, ma alla fine quei lavoratori ora sono a casa senza un posto perchè le proteste in piazza non creano il lavoro... lo si crea tutti insieme rinunciando ciascuno a qualcosa...

Cosa fare? Avere il coraggio di ripartire concentrandosi non sulle continue elucubrazioni mentali di chi pensa di portare avanti i propri interessi personali o di categoria con discorsi demagogici, ma rimboccarsi le maniche iniziando a venire incontro alle esigenze della realtà economica attuale: flessibilità, continui spostamenti, formarsi utilizzando le ultime tecnologie, parlare le lingue, accettare di lavorare di più quanto si è tenuti a fare per contratto, rischiare, mettersi in proprio, viaggiare per vedere dove va il mercato, evitare le inutili polemiche e non seguire passivamente enti, partiti, associazioni che cercano di bloccare il nuovo che entra. Avere il coraggio di cambiare!

L’uomo non può scoprire nuovi oceani finché non ha il coraggio di perdere di vista la costa.”

DOVE STA ANDANDO IL MONDO DEL LAVORO?

Sei un dipendente o un socio”? Oggi questa domanda potrebbe iniziare a non essere più significativa tra qualche anno, se si osserva il trend generale del mercato del lavoro. Da diversi anni, quando soggiorno in Inghilterra, mi piace osservare le novità che appaiono nella realtà anglosassone, la quale spesso anticipa gli eventi qui in Italia.

Un caso sicuramente molto interessante è quello di John Lewis, una importante gruppo commerciale inglese (circa 75 mila dipendenti) che sta crescendo in maniera rilevante nonostante la crisi. Mi sono chiesto  quale sia il suo segreto. Scopriamolo insieme.

Ogni volta che entro in un negozio di John Lewis (che oltre a offrire tantissimi prodotti tra cui articoli per la casa e l’ufficio, vestiario, l’elettronica, oltre a detenere una importante catena di supermercati  denominata Waitrose) mi sembra di entrare in un mondo particolare e bellissimo, dove il sorriso dei dipendenti è genuino e spontaneo, dove l’esposizione degli articoli è curatissima, dove girare per i reparti è quasi fonte di ispirazione. Come è possibile che in questi negozi sembra che vi sia una “magia” interna che avvolge tutte le cose?

Indagando sull’organizzazione della John Lewis (ricordo a tutti quanto già scritto a proposito dell’importanza dell’organizzazione nelle aziende moderne), si scoprono delle novità che la rendono praticamente unica. A cosa mi riferisco? Prima di tutto alla gestione del personale.  

Come ho più volte indicato, la gestione del personale oggi è uno dei principali elementi strategici di successo delle organizzazioni (anche di quelle non profit o degli enti pubblici); ebbene John Lewis ha identificato una poilitica particolarmente efficace dove il dipendente è anche un socio dell’azienda per cui lavora. Si potrebbe a questo punto pensare alle cooperative italiane, ma non ci siamo. Il concetto è diverso: la partecipazione dei soci è effettiva, tanto che gli stessi dipendenti (soci) possono licenziare i propri manager e possono cambiare la strategia della società!

A fine anno i riconoscimenti economici sono assolutamente rilevanti e veramente tutti si sentono parte di una squadra che cresce e si sviluppa ogni giorno. Le percentuali su cui si attestano i bonus variano di anno in anno, ma sono generalmente oscillanti intorno al 15%.

Sembrerebbe una contraddizione, ma non lo è. Oggi il sistema organizzativo deve crescere insieme all’azienda, ma non lo si può fare se non si utilizza completamente il know-how presente all’interno dell’azienda e disponibile attraverso la collaborazione dei dipendenti. E poiché la motivazione è una porta che si chiude dall’interno, non si possono obbligare i collaboratori a dare il massimo sempre, salvo che essi stessi non abbiano un importante interesse che va al di là dello stipendio mensile.

I risultati della John Lewis parlano da soli: vendite in crescita nonostante la crisi, apertura nuovi negozi, assunzioni continue e soprattutto il riconoscimento del gruppo quale una delle più belle aziende per le quali lavorare nel Regno Unito. Il concetto espresso dal suo fondatore, John Spedan Lewis, parla da solo: “è sbagliato avere dei milionari prima di aver eliminato i bassifondi dove vivono i lavoratori”. E ancora: “ i dividendi pagati agli azionisti per non fare praticamente nulla sono osceni se si considera che i lavoratori guadagnano a mala pena l’essenziale per sopravvivere; e che far sì che i dipendenti diventino dei soci e dei partners dell’azienda, più che lavoratori sfruttati, crea quella nuova “energia lavorativa” di cui il nostro paese ha disperatamente bisogno” .

Segnalo che  John Spedan Lewis è nato nel 1885!

IL MONDO E' CAMBIATO: CHE DIREZIONE PRENDERE?

Se non sai dove stai andando finirai da un’altra parte”, diceva un vecchio detto. Ed è vero per molte delle nostre aziende che continuano ad essere gestite come 20 anni fa senza sapere dove stanno andando…

La crisi, mi dice il mio cliente Carlo, ci sta distruggendo tutti e non possiamo farci nulla! Ma se questo è vero, rispondo, perché alcune aziende continuano a crescere e a svilupparsi? Non è che stiamo trovando un alibi come accadeva all’Università che quando non passavamo l’esame la colpa era del professore che chiedeva “cose assurde”? E quelle “cose assurde” erano poi davvero assurde?

Purtroppo il mercato oggi chiede serietà, qualità e innovazione alle aziende e chi non si adegua fallisce. Si, perché nel 2010 in Italia ogni giorno in media sono fallite 30 imprese! Forse aziende che non si sono adeguate o forse aziende che non hanno saputo fare quelle “cose assurde” che oggi il mercato richiede.

Certamente trent’anni fa i prodotti avevano un ciclo di vita più lungo e a volte bastava produrre un buon prodotto (non eccellente) o avere un buon marchio da rivendere per chiudere l’anno almeno in pareggio.

Oggi tutti si sono accorti che con un click del mouse si può sapere subito a quale prezzo viene proposto un certo prodotto in qualunque parte del mondo e di lì ad acquistarlo di click ne bastano due! Il prezzo di vendita è stato allineato alla concorrenza (e non quella del negozio a fianco) e i prodotti/servizi variano e si rinnovano continuamente. Per cui se ci vuoi stare dietro a questo cambiamento devi correre come una gazzella (sperando di essere il leone).

E dunque cosa si può fare? Quale può essere l’elemento che può ridisegnare l’azienda rendendola competitiva e vincente nel secondo millennio? Ebbene ritengo che questo elemento possa essere individuato in un importantissimo quanto trascuratissimo aspetto dell’azienda che già da oggi sta determinando il successo o l’insuccesso delle aziende. L'ORGANIZZAZIONE

Chiediamoci quanto noi investiamo in organizzazione e quanto invece investono le aziende di successo. A volte correre, correre e correre può servire a poco se non si sa esattamente dove si sta andando....

IL LAVORATORE DEL III MILLENNIO: IL PROFESSIONISTA

Noi siamo nati con la concezione che il lavoro è merce da scambiare per poter avere in contraccambio la remunerazione economica necessaria per vivere. Le ore di lavoro hanno un valore economico ben preciso che varia a seconda della remunerazione contrattata. Un’ora di lavoro di un operaio o impiegato può costare dai 16 ai 20 Euro circa, quella di un quadro  anche 40 Euro. Per cui un minuto di lavoro di un operaio o impiegato costerebbe dai 26 ai 33 centesimi. L’azienda, sulla base di questi calcoli, stabiliva quanto costava produrre un certo bene o fornire un certo servizio.

Purtroppo, con la concorrenza dei nuovi paesi in via di sviluppo, non potrà mai essere conveniente produrre beni in Italia, specie se questi sono produzioni di massa. Risultato: il lavoro manuale si sta spostando sempre di più dove costa meno. Qui in Italia si sta sempre più affermando un altro tipo di lavoro: quello intellettuale, che oggi rappresenta oltre il 60% del totale del lavoro svolto.

Oggi questo aspetto determina la necessità di rivedere la vecchia concezione del lavoro, perché quando si esercita un lavoro intellettuale (cioè non si lavora con le mani), il tempo assume una dimensione diversa. Il giornalista, per fare un esempio, per scrivere un articolo non può utilizzare la propria mente come le mani, ossia deve in qualche modo “ispirarsi” e cercare di scrivere un articolo interessante. Io stesso ora che sto scrivendo questo post, ho necessità di stare bene e di essere “ispirato” o “creativo”. Se invece fossi qui a lavorare con le mani in una catena di montaggio  oppure se stessi svolgendo un lavoro di tipo artigianale pratico, potrei anche non essere ispirato perché tanto la cosa non influirebbe sul risultato finale del mio lavoro.

Se ci pensate bene oggi la maggior parte dei lavori intellettuali ha bisogno delle giuste condizioni, interne ed esterne al lavoratore, per poter svolgere la propria attività in modo corretto (se non eccellente). Pensate al medico di famiglia che vi visita e deve fare la giusta diagnosi, al pilota che con attenzione prepara l’atterraggio, al consulente che elabora le informazioni per redigere la sua relazione, all’insegnante che prepara la lezione pensando a come presentarla, al commerciale che deve proporre un prodotto o un servizio adatto alle esigenze del cliente e così via.

Se vogliamo restringere il campo alle organizzazioni e, in maniera specifica all’azienda, questo aspetto diventa particolarmente significativo. Infatti se il lavoratore non sta bene, sia per cause interne a se stesso che esterne, il suo “output”, ossia il risultato del suo lavoro potrà non essere adeguato. Cambia la logica dell’azienda che si serve di lavoratori intellettuali: prima si calcolava il tempo fino al decimo di secondo per massimizzare la produttività del lavoratore, oggi questa logica non è più applicabile. Pensate al giornalista: se non è inspirato egli potrà anche stare 10 ore in ufficio, ma non scriverà niente. Pensate al manager: davanti ad un problema ci girerà intorno senza riuscire a trovare una soluzione. E così di seguito.

Torniamo quindi ora al punto di partenza: la logica di pagare le ore di lavoro non è più adatta al lavoro intellettuale, in quanto ciò che conta è il risultato. Un giornalista dovrà essere pagato per l’articolo che scrive senza badare al fatto che ci abbia impiegato un’ora o 6 ore. Se ci pensate bene questo ha un effetto devastante sulle vecchie regole del lavoro: se un giornalista sa che deve consegnare l’articolo entro le 16.00 del giorno x, egli potrà decidere autonomamente il da farsi, anche stando a casa sua, purchè raggiunga questo obiettivo. Ed ecco che non ha più senso dire che egli ci costa 16 Euro o 20 Euro l’ora! Egli costerà infatti esattamente quanto abbiamo corrisposto per l’articolo.

Di qui una serie di conseguenze: pensate al giornale che vuole aumentare la produttività dei suoi giornalisti. Potrebbe iniziare a pensare di eliminare la rigidità di ingresso e di uscita in ufficio, creare per i propri giornalisti un ambiente che “ispira”, potrebbe creare delle aree dove potersi rilassare, potrebbe dare a tutti strumenti tecnologici per poter avere a disposizione tutte le informazioni necessarie per le loro ricerche, e così di seguito. Difficilmente potrebbe pensare di aumentare la propria redditività obbligando tutti i giornalisti a presentarsi a lavoro mezz’ora prima o annullando la pausa caffè…

Portando questo ragionamento su un piano generale, chiediamoci se ha più senso parlare di stipendio mensile o di minuti di riposo o di assenza retribuita? Vedete, si inizia subito a capire come una concezione di questo tipo porterebbe sempre più ad avere dei professionisti che lavorano autonomamente per l’azienda che non dei lavoratori dipendenti. Vi sono delle società (quelle per esempio che producono videogiochi) che già ora hanno solo professionisti che lavorano per loro. Questi più sono bravi, più sono creativi, più sono precisi e più guadagnano. La scelta del quando, dove e come lavorare non è più in mano all’azienda, ma in mano loro.

Egli potrà essere il nuovo lavoratore del III millennio...

COME L’AZIENDA E IL LAVORATORE DEVONO CAMBIARE

Sembrerebbe un assurdo, ma spesso nella mia vita professionale, incontro aziende dove sembra che l’imprenditore lavori per un’azienda e i suoi dipendenti per un’altra! Mi si dirà: quell’imprenditore è uno sfruttatore che non concede nulla a chi lavora per lui. Oppure, dall’altra parte: questi dipendenti sono dei fannulloni a cui non interessa niente l’azienda.

Entrare in questo dibattito sarebbe assolutamente una perdita di tempo. E nessuno ha tempo da perdere. Vediamo invece di fare un ragionamento diverso. Partiamo da un concetto semplice e immediato: le aziende hanno bisogno dei lavoratori e i lavoratori hanno bisogno delle aziende. Nulla di più vero: un’azienda deve avere dei lavoratori e non solo delle macchine e i lavoratori devono prestare la propria opera per qualcuno.

La verità è che oggi però è più vero rispetto a ieri che le aziende sono fatte soprattutto di persone e che il valore delle persone in azienda rappresenta il vero valore dell’azienda. Le macchine infatti le può comprare chiunque (basta avere i capitali), ma avere qualcuno in azienda che le faccia funzionare bene oggi fa la differenza. Così come le idee: oggi tutte le aziende stanno sempre più lavorando sulle idee (design, stile, bellezza, ecc.) e sempre meno sui beni materiali che vengono prodotti nei paesi in via di sviluppo (Cina, India, Brasile, Vietnam, ecc.).

E arriviamo dunque al punto: in una situazione di tale cambiamento che coinvolge l’azienda tutta (inclusi i lavoratori), cosa occorre fare perché l’azienda abbia successo? In altre parole occorre partire da un presupposto senza il quale purtroppo non si va da nessuna parte: se l’azienda chiude o fallisce, qualsiasi discorso è assolutamente vano. In questa ipotesi nessuna delle parti ottiene niente. Partendo da questa volontà condivisa si possono poi affrontare gli altri aspetti, ma sempre tenendo conto che i vecchi tempi della “timbratura” e del “controllo del lavoro” sono finiti.

Il tema è sempre lo stesso: i tempi stanno cambiando, ma vi sono ancora imprenditori che sono convinti che pagare un dipendente per le 8 ore di lavoro sia tutto ciò che occorre per farlo contento e far andare bene l’azienda, così come vi sono dipendenti che credono di avere il “diritto” al lavoro a prescindere dalle loro capacità e conoscenze e dall’impegno profuso in azienda. Questi sono i concetti che occorre “disimparare” (per tornare a uno dei  miei post precedenti).

Occorre che si inizi a studiare un nuovo concetto che è quello di collaborazione e di interdipendenza. L’azienda è fatta di persone che “collaborano” tra loro e ciascuno nel suo ambito è importante e interdipendente rispetto alle altre funzioni. L’esempio della squadra di calcio sintetizza il concetto: tutti si muovono coordinati tra loro, supportandosi a vicenda seguendo l’obiettivo di fare goal. L’allenatore non rimprovera continuamente i giocatori, ma li allena perché siano motivati e riconosce loro i meriti (anche ai difensori che non fanno quasi mai goal). I giocatori si allenano e giocano dando tutto ciò che possono per far vincere la propria squadra sentendosi parte del team.

Finchè si giocava in un club ristretto, le squadre non avevano tanta concorrenza e vincevano anche se giocavano male. Oggi il club include tante squadre (anche dai paesi in via di sviluppo) e vincere diventa difficilissimo se non si è quasi perfetti. E le aziende lo sanno bene e se non vincono perdono non solo loro, ma anche i propri dipendenti. Ecco perché oggi non ci si può più permettere di farsi la guerra in casa perché… la nave affonda.

Come partire? Formarsi per riorganizzarsi: questo è il titolo del blog e si adatta perfettamente alla situazione. Formarsi vuol dire in questo caso (ed è uno dei tanti aspetti che poi vedremo di volta in volta) studiare importanti concetti come quello della leadership, della gestione delle persone, dell’etica, dell’unicità e attuarli in azienda istruendo anche i lavoratori in merito a ciò.

La nuova realtà è fatta di persone che sanno cosa vuol dire collaborare insieme, che sono determinati e motivati, che si aiutano nei momenti difficili e che condividono insieme i risultati del loro lavoro. Il clima è quello dell’entusiasmo e della passione che deve contraddistinguere tutti i soggetti coinvolti. Gli imprenditori, dal canto loro, devono iniziare ad aprire la propria azienda ai lavoratori anche in termini economici, riconoscendo loro quanto fatto dai collaboratori. Tale riconoscimento assomiglia sempre più ad un “dividendo” ossia ad una remunerazione per i risultati conseguiti. E questo aspetto fa crollare il vecchio concetto di “controllare i collaboratori”. Nella nuova azienda del III millennio il controllo è ridotto al minimo perché se vi è una cultura dell’azienda come di un bene comune, vengono meno queste necessità e soprattutto si instaurano dei meccanismi che fanno si che sono gli stessi lavoratori a selezionare i migliori elementi con cui collaborare. Parlerò di questo nel prossimo post.

Aggiungo che una buona scuola di business insegna questo agli imprenditori e ai dipendenti. Vi invito a frequentarla, anche solo per qualche lezione, per approfondire questi nuovi concetti che stanno diventando la chiave del successo (resto a disposizione per eventuali richieste di dettagli sulla business school).

LAVORO MANUALE O LAVORO INTELLETTUALE?

Tra le cose che spesso sentiamo alla televisione ed alla radio o leggiamo anche nei giornali, si dice che oggi non ci sono abbastanza tecnici e operai specializzati, lavori che sono richiesti dalle aziende e la cui domanda rimane spesso insoddisfatta.

E’ davvero così o si tratta di un fenomeno temporaneo? Sembrerebbe anomalo che in un mondo dove il lavoro è sempre più merce rara vi siano tali offerte che non incontrano adeguata domanda. Vediamo di valutare insieme tale situazione.

Se pensiamo alla realtà economica del nostro paese certamente non possiamo trascurare che essa sia ancora caratterizzata da una presenza rilevante del settore industriale (siamo il secondo paese manifatturiero in Europa dopo la Germania), e questo aspetto necessariamente implica che una certa parte dei lavoratori risulti essere impiegato nel settore industriale. E l’operaio specializzato in questo contesto certamente assume un ruolo importante in quanto egli è generalmente addetto a mansioni per le quali è richiesto un più elevato grado di preparazione tecnica.

Attenzione però: se parliamo di oggi, possiamo fotografare la situazione per quello che è senza grandi margini di errore e credere che vi sia effettivamente la necessità di queste professionalità. Ma se proviamo a vedere il tutto in un orizzonte temporale più ampio scopriamo che negli ultimi 10 anni il settore industriale ha perso molti addetti anche a causa della concorrenza dei paesi emergenti e che molti posti di lavoro sono stati assunti dagli stranieri.  Vero è che questi ultimi si trovano ad accettare lavori a condizioni più sfavorevoli rispetto agli operai italiano.

A riprova di ciò cito un'indagine della CGIA di Mestre, il centro studi degli artigiani veneti, basata su dati Istat, in cui si afferma che “la situazione retributiva ed occupazionale degli stranieri regolarmente presenti in Italia risulta peggiore di quella dei lavoratori italiani. Gli stranieri in Italia, infatti guadagnano in media 965 euro netti al mese, ossia 319 euro in meno rispetto a quanto percepito da un lavoratore italiano”. Cosa dire?

Ma non è che i lavoratori italiani non accettino questi lavori perché i salari sono troppo bassi? Ma non è che, vista la chiusura repentina di tali industrie, ci si metta il dubbio di trovarsi da un giorno all’altro senza lavoro e con una professionalità troppo specializzata su macchinari specifici che oggi si ritrovano solo nei paese in via di sviluppo? Ma non è, infine, che si sta iniziando a capire che le macchine stanno sempre più sostituendo l’uomo e che chi lavora con le braccia e non con la testa sarà destinato a condizioni di lavoro sempre più dure, con la concorrenza degli stranieri e senza grandi prospettive future?

Vi invito a riflettere su un dato:  su 23 milioni di lavoratori in Italia, circa il 66% svolge un lavoro di tipo intellettuale. Siamo onesti: a vostro figlio suggerireste di fare l’operaio specializzato o di studiare per svolgere un’attività intellettuale, qualunque essa sia?

C'E' QUALCOSA CHE NON VA?

Il gruppo Cerved ci informa che nel 2010 i fallimenti in Italia sono stati circa 11 mila, duemila in più dell’anno precedente. Per cui in media nel 2010 ogni giorno 30 aziende sono fallite. C’è qualcosa che non va o si tratta di un caso? Rileggendo le statistiche si scopre che l’Italia forse dal 2011 in poi sarà sorpassata dal Brasile nella classifica dei paesi più ricchi al mondo. C’è qualcosa che non va o si tratta di un caso?

Chi ha letto il mio post precedente sa bene come la penso. A breve chi non saprà parlare la nuova lingua incontrerà sempre maggiori  difficoltà e potrebbe anche essere destinato a fallire. Ed è probabile che molte di queste 11 mila aziende fallite non abbiano saputo capire ed interpretare la nuova realtà e prendere per tempo le adeguate misure.

Un primo aspetto sul quale dobbiamo focalizzarci è dunque il seguente: formarsi è determinante per il successo sia della persona che dell’azienda. L’attività di formazione che ognuno di noi deve fare non riguarda quei concetti teorici e scolastici che ci hanno insegnato a scuola e che alla nella nostra esperienza sono stati applicati poco o niente. La formazione a cui facciamo riferimento è quella legata alla realtà odierna e futura nella quale si devono “disimparare” delle cose e “impararne” delle altre nuove.

Occorre disimparare vecchie concezioni come quella secondo la quale la realtà alla quale dobbiamo fare riferimento  è solo quella reale. Ebbene oggi sta diventando sempre più rilevante quella “virtuale” dove tutto è possibile e dove la creatività è ancora più fondamentale in quanto  non si trovano tutti quei  limiti fisici e spazio temporali che condizionano la nostra realtà.  Ad esempio si può far parlare un muro e far volare una capra, si può entrare in una casa che all’interno diventa un castello  o si può parlare con un drago che ti aiuta a trovare la via giusta. Già oggi iniziamo ad abituarci a parlare con il nostro PC, ad imparare le lingue con programmi interattivi che valutano la tua pronuncia e ti interrogano, a restare in contatto con tutte le persone che vogliamo in qualsiasi parte del mondo a costo zero.

Quello che importa oggi è capire che esiste una realtà parallela che sta sempre più prendendo piede e dove circa 2 miliardi tra persone, aziende e organizzazioni hanno accesso diretto.  La domanda è: noi ci siamo? La nostra azienda ha la giusta visibilità? Il mercato  potenziale che può sviluppare internet è impressionante per via dell’alto numero degli utenti e del basso costo della comunicazione. Però se non sappiamo fare comunicazione in Internet rischiamo di non riuscire ad integrarci in questa nuova realtà. 

Occorre quindi imparare nuovi concetti per parlare la lingua di internet, per “entrare nella community” . Un messaggio pubblicitario in Internet assume connotati completamente diversi da quelli a cui noi eravamo abituati, la condivisione e l’attenzione a certi valori sono aspetti da cui non si può prescindere. “Bluffare” non serve a nulla perché in Internet prima o poi la verità emerge. Siamo pronti a tutto questo? Se la risposta è “no” occorre muoverci e iniziare a studiare. Non c’è tempo da perdere. Perché il futuro va in quella direzione.

L’uomo non può scoprire nuovi oceani finché non ha il coraggio di perdere di vista la costa.” (Andrè Gide).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PARLARE LA LINGUA GIUSTA

Mi ricordo che quando per la prima volta sono andato in Inghilterra mi sembrava di non riuscire a capire come parlavano le persone. Pensavo di aver incontrato le uniche persone che parlavano un inglese "diverso". Dopo qualche tempo ho capito che chi parlava un inglese "diverso" ero io!

Ci sono voluti anni di studio e infiniti errori (che hanno fatto ridere centinaia di persone) prima che io potessi riuscire a parlare il vero inglese, quello fatto di abbreviazioni strane, di slang, di modi di dire completamente diversi dai nostri. E, vi assicuro, finchè ho pensato in Italiano, non risucivo ad essere "fluent" perchè cadevo nell'errore di utilizzare le stutture linguistiche dell'italiano.

Oggi la nostra realtà è talmente cambiata che è come se si parlasse un'altra lingua. E' come se qualcuno di nascosto ci avesse portato in un paese diverso in cui vivono le stesse persone e vi sono le stesse case e le stesse strade, ma si parla una lingua diversa. Il problema è che questa lingua oggi è quella attuale, mentre quella che conoscevamo noi non la parla più nessuno.

Cosa fare? L'unica cosa da fare è restare umili e formarsi. Rimettersi in discussione e iniziare un periodo di formazione che ci permetta di essere inizialmente almeno "beginners". Questo a valere non solo per gli imprenditori, ma per tutti: professionisti, impiegati, operai, studenti, disoccupati, casalinghe.

Oggi in questa realtà dobbiamo sempre di più fare squadra per emergere tutti e sentirci a nostro agio con la nuova lingua.

Questo è lo scopo di questo blog: aiutare gli imprenditori, i professionisti, i lavoratori e chiunque ad affrontare insieme questa realtà di grande cambiamento adoperando strumenti nuovi che, se bene utilizzati, offrono grandi occasioni e opportunità di crescita e di sviluppo.

Nei prossimi post inizieremo insieme questo percorso fatto di tante discussioni, idee, concetti e ragionamenti che saranno il nostro studio e che ci consentirà di parlare la lingua giusta!