IT’S NOT MY BUSINESS!
“It’s not my business” ovvero “Non è un compito mio”. Questo è quanto riassume la difficoltà delle organizzazioni delle aziende in Italia e nel mondo. Sono infinite le aziende che ogni giorno si scontrano con questa situazione dove c’è sempre qualche attività di cui non si sa bene di chi sia responsabilità. Ma attenzione a non utilizzare questa parola perché la frase seguente a quella indicata è “It’s not my responsability” ossia “Non è una mia responsabilità”.
Se ci pensiamo bene, su queste parole si apre un mondo fatto di stress, di confusione, di litigi e dispetti tra colleghi, di mancate occasioni di business che nessuno mai conoscerà, in una parola di mancata gestione dell’attività. Chi crede che questo sia un fatto acquisito di ogni azienda che deve essere considerato normale nelle organizzazioni purtroppo sta perdendo l’occasione di fare un passo oltre rispetto al passato ed interpretare la realtà di business nella maniera corretta.
Perché al di là di quello che può essere visto esternamente come un fatto privo di effetti importanti, nella realtà si tratta di una piccola dose di “droga” la quale, assunta ogni giorno, provoca quella malattia che moltissimi imprenditori e dipendenti hanno, ma che pochi riconoscono: l’assuefazione all’inefficienza!
Vogliamo degli esempi? Bene, quante aziende o organizzazioni prendono sul serio il fatto che il servizio dato al cliente non è assolutamente considerato al primo posto nella loro scala dei valori? Quanti invece non si accorgono dei costi della mancata soddisfazione al cliente/utente per problemi a volte esclusivamente burocratici o per la totale confusione organizzativa che regna nelle aziende dove non si capisce bene chi fa cosa? Quanti continuano a tollerare bassi rendimenti e produttività inaccettabili da parte dei propri collaboratori senza rivedere tutta l’organizzazione? Quanti continuano ad attribuire a fatti esterni (la famosa crisi economica) tutte le cause dei grossi problemi dell’azienda o dell’ente dal punto di vista delle proprie performance?
A tutti questi fatti si può facilmente attribuire quel grosso calo di competitività di cui si parla da anni nelle aziende occidentali e a cui non si riesce a dare una risposta univoca, e ciò a valere sia sulle aziende di grandi dimensioni che le PMI. E per gli enti non profit e le strutture pubbliche non si può non considerare il grave ritardo e la bassa efficienza che diventa spesso un grosso vincolo anche per le aziende, oltre che una fonte di problemi per lo stesso cittadino. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: chiusure e fallimenti di aziende che si consideravano storiche, manager che vengono allontanati dalle aziende perché ritenuti responsabili del mancato raggiungimento degli obiettivi aziendali, disoccupazione in aumento, enti pubblici al collasso non più in grado di assicurare i servizi essenziali o con elevati debiti che ne paralizzano l’attività.
Ora, proviamo a pensare di andare da un manager di azienda privata o pubblica (mi capita spesso nella mia attività professionale) e proporgli una ricetta che potrebbe cambiare completamente i risultati dell’azienda privata o dell’ente con l’avvertenza però che essa stravolgerebbe tutta la vecchia concezione (e i vecchi equilibri) dell’azienda. Egli probabilmente non la prenderà in considerazione. Proviamo a fare lo stesso con un qualsiasi impiegato che si lamenta per la ripetitività del suo lavoro, per la mancanza di autonomia e per l’inadeguatezza del suo stipendio. Anche in questo caso non accetterà tale cambiamento in quanto stravolgerebbe le sue abitudini e il suo modo di fare. La cosa non cambierebbe se parlassimo con l’operaio del caso o con qualunque altro collaboratore.
Ciò che è sempre più evidente è come in questa realtà fatta di aziende che sono andate avanti per anni seguendo un vecchio modello organizzativo, tutti hanno in qualche modo raggiunto il loro equilibrio e la loro stabilità, ma se si cercasse di modificarlo essi andrebbero automaticamente in crisi. Per cui è meglio che non si faccia niente e si lascia che lo stillicidio di aziende prosegua.
Quale soluzione? Ebbene, occorre partire da un punto di partenza ben preciso: la vecchia organizzazione per funzioni non si adatta più alla realtà moderna. Al suo posto deve entrare una nuova organizzazione: quella per processi. Oggi non si può più pensare che certe attività non abbiano un responsabile solo perché queste rimangono “borderline” tra due diverse funzioni. Tale situazione non è più giustificata e soprattutto non è più accettata dal cliente o dall’utente. La verità è che il mercato non è più disposto a pagare le nostre inefficienze!
Per cui solo le aziende che sapranno iniziare a percorrere questa nuova concezione di organizzazione saranno in grado domani di reggere il confronto del mercato e di crescere e svilupparsi. Le altre faranno purtroppo la fine di tutte quelle aziende che oggi non sono più nel mercato…